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Relais Villa Roncuzzi ovvero il Relais delle Fiabe

 
  San Pancrazio, frazione immersa nel verde della campagna di Russi e Ravenna, è avvolto in un'atmosfera un po' magica, in quanto vanta a livello europeo un primato del tutto particolare: è sede del più ampio censimento di fiabe d'Europa condotta in un territorio rurale di queste dimensioni, come risulta dalla cospicua tradizione orale di favole di campagna curata dallo scrittore Eraldo Baldini in un'opera poderosa di 2000 pagine rilegate in cinque volumi.
“San Pancrazio – scrive Eraldo Baldini nel 1990 – come altri luoghi della Romagna conserva una leggenda relativa alla presenza e all'uccisione di un drago che terrorizzava gli abitanti del paese, il drago della Torre, così detto dal nome della strada, via Torre (un tratto della quale oggi si chiama via della Libertà), su cui è situata un'importante dimora di campagna, Villa Roncuzzi, che porta infissa in una parete esterna una grande palla di pietra entro cui si diceva (e si dice ancora oggi) fosse racchiusa la tesa recisa del drago stesso.
Il drago sarebbe stato attirato dalla presenza di un grande mastello pieno di latte, di cui sembra andasse ghiotto e qui gli sarebbe stata recisa la tesa da Ghilardo, soldato datosi al brigantaggio e condannato a morte a Ravenna, cui fu eliminata la pena e restituita la libertà, trovando infine proprio in fondo alla strada della Torre la propria futura sposa. La sfera di pietra rimane ancora murata nella parete di mattoni del corpo principale della Villa, cui si succede il trattamento ad intonaco di calce e ampie vetrate.

La leggenda di Villa Roncuzzi, oggi anche dipinta sulla parete sotto la palla di pietra, che racchiude la tesa del drago mozzata, è tratta dal libro “Tradizioni e Memorie di Romagna - materiali folklorici raccolti negli anni Venti e Trenta” di Ermanno Silvestroni e Eraldo Baldini per i tipi di Longo Editore di Ravenna, 1990..

Tanti anni fa, nella zona di Via Torre, in una bassura tra rovi e canne, aveva il proprio covo un biscione enorme e spaventoso, lungo venti braccia e coperto di verde scaglie ossee, con una bocca enorme e una cresta rossa sulla testa. Questo drago terrorizzava gli abitanti del paese e delle campagne: mangiava i maialini al pascolo sotto le querce, e gli agnelli; prelevava vitelli dalle stalle e, quel che è peggio, anche bambini dalle culle. Era sopratutto, però ingordo di latte; fermava i carri per le strade per suggere il latte alle mucche e alle cavalle; una volta aggredì una giovane sposa che stava allattando il suo bambino, e, dopo aver divorato il piccolo, uccise la donna tentando di cibarsi del suo latte.
Fu questo l'episodio che convinse i paesani a cercare di liberarsi dal biscione. L'Arcidiacono riunì i priori, e fece suonare al prevosto l'allarme della campana. Riunita la popolazione, l'esortò ad armarsi di forconi, rastrelli, corregge, bastoni, per cercare di abbattere il drago che terrorizzava quelle contrade. Il giorno dopo, usando come esca un capretto, lo stanarono e lo assalirono con quelle armi rudimentali: ma la spessa corazza protesse dai colpi il mostruoso animale, che reagì a colpi di coda, azzoppando e ferendo la metà degli assalitori.
L'Arcidiacono capì che i poveri contadini del posto da soli non avrebbero mai potuto uccidere il drago; in compagnia dei due priori, seguendo il corso del fiume, si recò a Forlì, dal Cardinal Legato, e piangendo gli chiese aiuto. “I miei soldati sono impegnati in giro – disse il Legato – e non posso mandarveli, ma scriverò una lettera al legato di Ravenna, chiedendo che vi aiuti lui”.
Detto fatto preparò la missiva e l'affidò adi due religiosi; questi, dopo una veloce colazione, si recarono alle banchine del fiume: proprio in quel momento una imbarcazione stava partendo verso Ravenna, ed essi ottennero di salire a bordo.
Aiutata da corso di un accenno di piena, la barca arrivò a Ravenna velocemente. Qui, un bargello (capo delle guardie) li accompagnò dal Legato, che, letta la lettera, disse: “Cercherò di aiutarvi. Ho, qui, nelle mie prigioni, quello che fa per voi: un giovane ardito e forte che fra otto giorni dovrebbe essere giustiziato”.
Questo giovane si chiamava Ghilardo: era un soldato che aveva intrapreso la cattiva strada del brigantaggio, e aveva assalito e ucciso diverse persone per derubarle. Una sera aveva assaltato un prete, ma erano intervenute le guardie che, costrettolo in una strada senza uscita, l'avevano arrestato, e in seguito era stato condannato a morte.
Il Legato dunque fece condurre Ghilardo al cospetto del bargello, che disse al prigioniero: “Tu hai già la testa sul ceppo del boia, quindi non hai niente da perdere; io ti propongo di andare con questa brava gente a San Pancrazio a combattere il drago: se riuscirai ad ucciderlo, avrai il perdono e la libertà. Noi ti forniremo le armi, un cavallo e l'abbigliamento adeguato”.
Ghilardo accettò entusiasticamente: “Ucciderò il drago – disse – e prometto anche che cambierò vita, e mai più tornerò in prigione. Per quanto riguarda le armi, voglio una spada pesante come un coltro, che abbia un'impugnatura adatta ad essere usata con entrambe le mani, e che sia ben affilata e ben temprata. Poi voglio un cavallo forte, veloce come il vento e ubbidiente, con la sella a imbragadura”.
“Vado a preparare quello che hai chiesto” disse il bargello andandosene.
Insieme, Ghilardo e i tre messi di San Pancrazio fecero uno spuntino con piadotto, braciole, cece, fava e vino; quando ebbero finito, erano già pronti il cavallo e le armi per il soldato, e una vettura per i tre: essi, ringraziato il Cardinal Legato, si avviarono lungo l'argine del fiume verso San Pancrazio.
Al Paese, la gente era tutta nelle strade ad attenderli, per inneggiare al cavaliere come a un salvatore. Ghilardo volle per prima cosa fare un lungo giro nella zona, per rendersi ben conto della situazione e per individuare il luogo del covo del biscione: “Sta bene – disse fra sé -. Pelle per pelle, domattina regoleremo i conti”.
Chiese ai paesani di aiutarlo nei preparativi: “Per domattina all'alba – disse – voglio che riempiate un grande recipiente di latte fresco, e che lo fissiate sopra una treggia che poi condurrete, tirandola da lontano con delle funi, il più vicino possibile alla bucâna presso cui è la tana del drago”.

Quella notte uomini, donne e bambini rimasero tutti, sui loro pagliericci, svegli con gli occhi fissi nel buio per l'emozione e l'apprensione. E già prima dell'alba, tutti erano in piedi, per cercare di vedere quel che sarebbe successo, al riparo dietro case e capanni.
Quando nell'aria frizzante del mattino si sparse il buon odore del latte appena munto, il biscione uscì dal suo covo, e si avventò sul recipiente, infilandogli dentro la testa per bere avidamente. Ghilardo adagio fece avanzare il cavallo, e quando fu vicino al drago, alzandosi sulle staffe si portò lo spadone dietro le spalle e, trattenendo il respiro, menò un terribile fendente su collo del drago: la testa recisa affondò nel recipiente del latte, mentre il grande corpo cominciò a contorcersi, facendo perno sulla coda e mulinando colpi che abbatterono tutte le canne e tutte le piante che erano lì intorno, per finire morto, vicino ad un macchione d'alberi. E subito i corvi cominciarono a roteare sul grande corpo immobile.
Ghilardo spronò il suo cavallo gridando: “Corri, vola!”, e galoppò fino in fondo alla strada della Torre, fermandosi solo nel cortile dalla Carôla, una vedova che possedeva molti terreni e che aveva una bellissima figlia.
“Voi siete quel giovane che ha ucciso il biscione!” disse la bella ragazza gettandogli le braccia al collo, mentre la Carôla guardava contenta.
“Amico mio – disse Ghilardo rivolto al suo cavallo, accarezzandolo sui fianchi -, di qui non ce ne andremo più!”.
Per tre giorni nel paese fu tutta una festa: bagordi, bevute, processioni di ringraziamenti a Dio, canti; e brustengh, castagnole, ciambelle e vino per tutti. Ghilardo era al centro della festa, sempre abbracciato alla ragazza che non lo lasciava un attimo: prima della fine del mese erano già sposi.
La testa del drago venne racchiusa in una grande palla di pietra, che fu poi infissa nelle parete esterna di una casa vicina al luogo dove il drago aveva avuto il suo covo. Ed è ancora lì, oggi Hotel Villa Roncuzzi, a ricordare a tutti la storia del biscione di San Pancrazio.
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Ravenna Hotel - Villa Roncuzzi

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Relais Villa Roncuzzi
via della Libertà 6-10, Fraz. San Pancrazio - 48026 Russi (Ravenna) - Italy - P.IVA 02373210398
Tel. +39 0544 534776 - Fax +39 0544 535437 - sito web: www.villaroncuzzi.it  - email: info@villaroncuzzi.it

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